Presentiamo a Bologna “La vita va avanti”, romanzo di Vito Ferro.

Vito Ferro è uno scrittore vero. Fuori dalle retoriche scontate, dalle soluzioni a effetto, dalle tradizionali strutture narrative, con “La vita va avanti” Vito ci racconta una storia che ci lascia un po’ attoniti, un po’ pensierosi, sbancando i punti interrogativi confinati tra la vita terrena e il cosiddetto aldilà. Presento il suo nuovo romanzo insieme a Pina Zechini, sabato 5 novembre alle 18.00 a Bologna, presso la libreria Trame (via Goito 3c). Vi invito a partecipare perché un romanzo così e un autore così, non capita di incontrarli insieme ogni giorno nella città in cui si vive. La considero un’occasione unica, di quelle che lasciano qualcosa che merita di essere vissuto e conservato.

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Il cielo sopra Bologna

Tanti, nati e cresciuti al sud, ma anche in alcuni tratti del nord di questa Italia maledetta, negli anni hanno dovuto spostarsi. Lo hanno fatto a volte per sottrarsi ai pregiudizi delle realtà incolte nelle quali vivevano, a volte in cerca di lavoro, a volte per strapparsi dagli orrori strutturali di luoghi che pareva non potessero mai cambiare. Si sognava Bologna. Fiducia e speranza infinite suscitavano i racconti su questa città, sull’Emilia Romagna. Chi sceglieva Bologna lo faceva con soddisfazione, con ottimismo, con prospettiva, pregustando la nuova vita. Sospirava per un luogo in cui una persona omosessuale non dovesse celarsi, in cui una persona disabile non dovesse penare, in cui un disoccupato potesse trovare occupazione, in cui uno straniero si sentisse a casa. Perché, nell’immaginario, a Bologna tutto questo era possibile, ovvio, concreto.
Ne eravamo convinti, il cielo sopra Bologna era il più azzurro e incontaminato. Ne eravamo convinti, la classe dirigente a Bologna era ispirata da sentimenti di giustizia sociale. Ne eravamo convinti, i cittadini bolognesi non accettavano moniti di intolleranza, né mai avrebbero permesso situazioni di indigenza, di disuguaglianza.
Ma poi a Bologna ci vieni a vivere, e scopri che qui le disuguaglianze sono più forti che altrove, che il lavoro non è considerato un diritto inattaccabile, che l’intolleranza sociale è diffusa, spesso utilizzata da quella classe dirigente che credevi animata da tutt’altri principi.
E cosa succede un giorno di metà luglio 2016, mentre il termometro segna 38 gradi? Succede che Bologna toglie l’acqua a tanti bambini a cui sta già cercando di togliere la casa. Gli toglie l’acqua per spingere i loro genitori ad abbandonarla, la casa (e picchia chiunque si oppone). Perché queste persone sono povere, e Bologna vuole che i poveri dormano in strada, Bologna vuole che i poveri soffrano la sete, Bologna vuole che i poveri si ammalino. Bologna vuole che i poveri rimangano poveri, che muoiano poveri. Ma senza lamentarsene.
E quelli che sognavano di vivere a Bologna, guardano il cielo.wp-1468496486046.jpg

“Prima di morire”, in due anni e mezzo

Nel novembre 2014 presentavo a Bologna “Prima di morire”, appena pubblicato. Eravamo nella Feltrinelli in via dei Mille davanti a oltre cento persone. Di questo romanzo nel capoluogo emiliano sono state vendute quasi quattrocento copie. Si può comunicare anche senza potenti mezzi di informazione. Si può essere apprezzati anche fuori dalle fiere della vanità. Si può essere scrittori anche fuori dagli schemi, anche senza essere riconosciuti, accreditati da un sistema che ha la pretesa di distribuire titoli e medagliette. “Prima di morire” racconta una storia d’amori e di critica politica, di energie, una storia che ha fatto arrabbiare alcuni e che ha appassionato molti. “Prima di morire” continua ad accogliere lettori. La differenza tra opere costruite a tavolino e opere indipendenti sta proprio qua, nella perseveranza dei contenuti.Presentazione PDM per sito

Mai senza rete, 13 autori per la salute e la sicurezza sul lavoro.

Copertina Mai senza reteEsce la raccolta di racconti voluta dalla Rete Iside. Dodici scrittori e una illustratrice, storie che hanno a che fare certamente con i luoghi di lavoro, la salute e la sicurezza che spesso lì dentro sono messe in discussione. Ma queste storie non si fermano qui. Molto dentro le nostre vite è determinato da quanto avviene nel nostro lavoro, dal rapporto con datori e colleghi, dalle ingiustizie che subiamo, dalla solidarietà che riceviamo, dalla garanzia o dalla precarietà del salario.

Partecipo a questo libro col racconto “Odio”.

Qui di seguito, la breve prefazione. Buona lettura.

“La salute non è tutto, senza la salute tutto è niente”. Così hanno scritto sui muri del centro storico i lavoratori di Taranto, città martire della nocività del lavoro. Non l’unica. In Italia nel 2015 sono arrivate all’Inail 1172 denunce di infortuni mortali: 878 sul posto di lavoro, le altre nel tragitto tra casa e lavoro. Ogni settimana muoiono, lavorando, più di 22 persone e la tendenza è in peggioramento. Ma l’enorme numero di morti rappresenta solo la parte più dolorosa e visibile di disagi e sofferenze, incidenti, malattie, sfruttamento. Una guerra di cui pochi parlano.
Per rompere questo silenzio tredici importanti autori – Simona Baldanzi, Mauro Baldrati, Gian Luca Castaldi, Collettivo Sabot, Annamaria Fassio, Cristian Giodice, Marco Martucci, Alessandro Pera, Alberto Prunetti, Giacomo Pisani, Christian Raimo, Paola Staccioli e Pia Valentinis – hanno raccontato con parole e immagini e sensibilità diverse il mondo del lavoro, le difficoltà, la fatica, i rischi per l’incolumità e la salute, l’emarginazione, la frustrazione.

Dal 28 aprile, giornata Mondiale per la Sicurezza sul Lavoro partirà per l’Italia un carovana di presentazioni, discussioni e incontri per riportare l’attenzione della società su questo tema decisivo, per promuovere una grande campagna civile che porti a risultati concreti, a cambiare il clima generale nei luoghi di lavoro, a pretendere l’applicazione delle misure di sicurezza e a promuoverne altre che aumentino le tutele.

Nessuna mediazione.

Le occupazioni di immobili a scopo abitativo praticate da chi non può permettersi un tetto, e dai soggetti che si propongono di organizzarle, è una delle ultime forme di resistenza ancora attive in Italia. A fianco a questa ci sono le lotte dei lavoratori della logistica, impiegati da qualche cooperativa a condizioni di lavoro a cavallo tra legalità e illegalità, e quelle dei braccianti agricoli che vengono trattati da schiavi, ammucchiati nei ghetti, costretti a sopportare soprusi pari a quelli a cui destiniamo gli animali da allevamento.

battagliavieirnerioQuesti lavoratori in lotta hanno un elemento in comune: sono prevalentemente immigrati.

Infatti in Italia quelle che proprio non tollerano di essere sfruttate sono le persone cresciute altrove, che non hanno subito le politiche di rincoglionimento che tanti governi hanno praticato nel nostro paese per ridurre la popolazione a quella che è: una massa di inetti che pensano di poter fare la rivoluzione spargendo indignazione nei social network.

Eppure in ogni settore lavorativo le condizioni di lavoro peggiorano ogni anno, si inaspriscono i rapporti tra parti datoriali e dipendenti, con i primi sempre più aggressivi. I partiti politici si preoccupano solo di preservarsi a qualunque prezzo. I diritti dei cittadini perdono pezzi, i salari perdono potere d’acquisto, la Costituzione viene presa a calci. I soldi pubblici vengono distribuiti tra sanità privata, scuole private, banche, gruppi finanziari. Quelli che trivellano nei nostri mari per estrarre petrolio, hanno tutto da guadagnare e niente da perdere; nemmeno la bonifica delle aree sfruttate gli spetta. Ma neppure a questo gli italiani hanno voluto opporsi, sebbene fosse sufficiente andare a votare nell’ultimo referendum.

Oltre a tanta inettitudine, c’è però chi si oppone. Non tutti si uccidono dopo essere stati licenziati, non tutti si arrendono a dormire su una panchina dopo essere stati sfrattati, non tutti si deprimono dopo essere stati derubati dei propri risparmi dalla banca in cui li avevano accumulati, non tutti si sottomettono ai padroni. Ebbene sì, alcuni lottano, e sono sempre più numerosi e più organizzati, e per questo sono anche inevitabilmente sempre più temuti da chi li vorrebbe ammansire. Per questo le repressioni comandate dai governi sono così feroci, perché hanno paura dei principi di giustizia sociale che chi lotta può imporre.

Questo scenario separa le persone in due categorie. In una ci sono quelli che vogliono il diritto alla sanità gratuita, il diritto alla scuola gratuita, il diritto a superare i confini, l’acqua pubblica, il salario, un posto dignitoso in cui vivere, l’annullamento delle disuguaglianze sociali. Nell’altra categoria ci sono quelli che usano i soldi pubblici per finanziare aziende private, multinazionali, aumentando le disuguaglianze, spesso guadagnandoci, utilizzano la violenza di stato contro chi dissente, portano guerra in ogni parte del pianeta. Non esistono posizioni intermedie, potersi curare gratuitamente o dover pagare per curarsi sono condizioni senza alcuna mediazione possibile. E chi aspetta eternamente, di fatto si è schierato con chi lo vuole in eterna attesa.

Caro Saviano, strappare Salvini è legittimo.

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Foto da CUA Bologna

Oggi ho letto un post di Roberto Saviano. Lo scrittore si dice contrario all’azione dei manifestanti bolognesi che hanno strappato pagine da alcune copie del libro di Salvini, in vendita presso una libreria cittadina. Il gesto è avvenuto durante una delle tante visite del leghista nella nostra città. Costui si è fatto accogliere dalle università che dovrebbero insegnare valori che Salvini mette in discussione, che infanga con la sua pratica politica. Sappiamo che gli studenti che si sono opposti alla visita del razzista sono stati caricati dalla polizia. Questo dovrebbe suscitare la contrarietà di Roberto Saviano, non il coraggio di chi dissente. Abituandosi a tollerare questo vento fascista, è fin troppo chiaro dove si andrà a finire. Forse Salvini ha ricavato pubblicità da chi gli si è opposto, ma opporsi oggi è necessario, lo è culturalmente perché inficia il tentativo di normalizzare ogni ingiustizia sociale che subiamo. Opporsi è necessario per rispettare i migranti che affondano mentre cercano di raggiungere la salvezza, per quelli che vengono sfruttati nei campi di coltivazione italiani, veri e propri lager che tanti ignorano.

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Foto da HOBO

Strappare pagine dalle copie del libro di Salvini, non solo è giusto, ma è un atto legittimo e fiero di ribellione contro la statalizzazione delle prepotenze.

La lapide della vergogna e lo sfregio partigiano.

di Marco Martucci e Pina Zechini

25 aprile: Anpi Bolognina denuncia danneggiamento lapideDurante la giornata di lunedì 25 aprile qualcuno ha vergato un simbolo comunista, falce e martello, sulla lapide di Piazza dell’Unità. Con stupore abbiamo letto che il presidente della sezione ANPI della Bolognina auspica che vengano individuati gli autori del gesto. Forse questo signore ha tralasciato di leggere il testo inciso sulla lapide che avrebbe dovuto commemorare la battaglia della Bolognina per la Liberazione della città. Violentando qualsiasi nesso logico quel testo accosta la gloriosa battaglia del 1945 alla svolta di Achille Occhetto, che avviò il percorso che ha trasformato il PCI in quello che oggi è il partito autoritario di Renzi. L’allora segretario del Partito Comunista chiamò la sua svolta a destra “svolta della Bolognina”, infangando chi per quelle strade aveva combattuto per ben altri ideali di giustizia ed equità sociale.
 Altro paragone intollerabile è il richiamo alla caduta del muro di Berlino, in modo provocatoriamente antistorico. Che quel fatto sia avvenuto in modo pacifico e lineare è un enorme falso ideologico. L’unificazione nel segno dell’economia capitalista non ha pacificato nessuno, basta guardare ciò che accade oggi nell’est europeo. 
La lapide partigiana non è stata sfregiata dal simbolo comunista ma da coloro che manipolano la storia per opportunismo. Al presidente dell’ANPI della Bolognina suggeriamo che le persone che hanno posto il simbolo raffigurante falce e martello sulla lapide della vergogna, hanno agito in difesa della memoria e del sangue partigiani, memoria e sangue che quella lapide quotidianamente offende. Sperare che queste persone vengano individuate ci sembra francamente un desiderio piuttosto fascista.