Merola contro i più deboli, l’attacco infinito.

Al di là degli slogan da comizio, lanciati a persone ignare per accaparrare voti, i fatti dicono che nella città di Bologna i poveri vivono in estrema difficoltà, e che l’amministrazione comunale è lontanissima dai loro bisogni. Vi mostriamo un’intervista-racconto di uno degli ex abitanti delle case popolari occupate Nelson Mandela, sgomberate nel maggio scorso. Chi ha perso tutto ed è finito per strada soffrendo il freddo e la malnutrizione, ammalandosi inevitabilmente, conosce il valore delle occupazioni a scopo abitativo. Casi come quello che vi mostriamo sono purtroppo molto numerosi, e le occupazioni costantemente sotto l’attacco dei partiti. I responsabili hanno nomi noti e nessuna etica. Non aggiungiamo troppe parole perché il video-documento esprime tutto quanto vogliamo raccontare.

Bologna, le facce del degrado

MerolaÈ andato a chiedere voti ai cittadini, Virginio Merola. Lo ha fatto da Piazza dell’Unità, davanti a una platea di giornalisti. Sono proprio i giornalisti in fondo il suo pubblico preferito. Sono abituati a raccontare le sue gesta come se fosse un eroe, tralasciando del tutto la verità. Nel regno del PD, obbedire al PD per molti è una prassi, la dignità è un ingrediente relativo, quasi dannoso, nell’animo dei servitori.

Proprio lui, Virginio Merola, sindaco uscente di Bologna, nemico dei cittadini, amico dei poteri forti, torna in strada. Ha detto di aver trascorso troppo tempo nei ministeri e poco tra la gente. Ma non occupandosi delle esigenze delle persone non poteva essere diverso. E quindi i voti dovrebbe andarli a chiedere a Farinetti e a tutti gli affaristi privilegiati dalla sua giunta, quelli che hanno avuto tutto da guadagnare dalla gestione comunale vergognosa e arbitraria degli ultimi cinque anni terribili. Questi illusionisti dell’imprenditoria, locale e nazionale, sì che lo voteranno, almeno finché non cambierà il vento, finché Virginio non verrà deposto dal nuovo buffone di corte, ugualmente disponibile, meglio maneggevole. Intanto il sindaco continuerà a girare per le piazze della città, ma se dovessero passare cittadini veri, da quelle parti, voleranno ortaggi a dispetto della crisi che spinge molti a non buttare via cibo.

Poi c’è la Borgonzoni, rappresentante dei razzisti 2.0, che gli si oppone al ballottaggio. Che dire della Borgonzoni? Perché mai parlare della Borgonzoni? Chi è la Borgonzoni?

E, soprattutto, che differenza c’è tra Merola e la Borgonzoni? E tra Renzi e Salvini? Tra i loro partiti? È tutta questione di tattica, di dettagli, stanno dentro allo stesso contenitore, il sistema delle autoreferenzialità, della conservazione del potere acquisito, della garanzia dei grossi gruppi finanziari, dell’abbattimento dei diritti delle persone e specificamente dei lavoratori.

Se attraverseranno Bologna insieme nei prossimi giorni di campagna elettorale, Merola, Borgonzoni, Renzi, Salvini, allora sì che dovremo parlare di degrado.

Nessuna mediazione.

Le occupazioni di immobili a scopo abitativo praticate da chi non può permettersi un tetto, e dai soggetti che si propongono di organizzarle, è una delle ultime forme di resistenza ancora attive in Italia. A fianco a questa ci sono le lotte dei lavoratori della logistica, impiegati da qualche cooperativa a condizioni di lavoro a cavallo tra legalità e illegalità, e quelle dei braccianti agricoli che vengono trattati da schiavi, ammucchiati nei ghetti, costretti a sopportare soprusi pari a quelli a cui destiniamo gli animali da allevamento.

battagliavieirnerioQuesti lavoratori in lotta hanno un elemento in comune: sono prevalentemente immigrati.

Infatti in Italia quelle che proprio non tollerano di essere sfruttate sono le persone cresciute altrove, che non hanno subito le politiche di rincoglionimento che tanti governi hanno praticato nel nostro paese per ridurre la popolazione a quella che è: una massa di inetti che pensano di poter fare la rivoluzione spargendo indignazione nei social network.

Eppure in ogni settore lavorativo le condizioni di lavoro peggiorano ogni anno, si inaspriscono i rapporti tra parti datoriali e dipendenti, con i primi sempre più aggressivi. I partiti politici si preoccupano solo di preservarsi a qualunque prezzo. I diritti dei cittadini perdono pezzi, i salari perdono potere d’acquisto, la Costituzione viene presa a calci. I soldi pubblici vengono distribuiti tra sanità privata, scuole private, banche, gruppi finanziari. Quelli che trivellano nei nostri mari per estrarre petrolio, hanno tutto da guadagnare e niente da perdere; nemmeno la bonifica delle aree sfruttate gli spetta. Ma neppure a questo gli italiani hanno voluto opporsi, sebbene fosse sufficiente andare a votare nell’ultimo referendum.

Oltre a tanta inettitudine, c’è però chi si oppone. Non tutti si uccidono dopo essere stati licenziati, non tutti si arrendono a dormire su una panchina dopo essere stati sfrattati, non tutti si deprimono dopo essere stati derubati dei propri risparmi dalla banca in cui li avevano accumulati, non tutti si sottomettono ai padroni. Ebbene sì, alcuni lottano, e sono sempre più numerosi e più organizzati, e per questo sono anche inevitabilmente sempre più temuti da chi li vorrebbe ammansire. Per questo le repressioni comandate dai governi sono così feroci, perché hanno paura dei principi di giustizia sociale che chi lotta può imporre.

Questo scenario separa le persone in due categorie. In una ci sono quelli che vogliono il diritto alla sanità gratuita, il diritto alla scuola gratuita, il diritto a superare i confini, l’acqua pubblica, il salario, un posto dignitoso in cui vivere, l’annullamento delle disuguaglianze sociali. Nell’altra categoria ci sono quelli che usano i soldi pubblici per finanziare aziende private, multinazionali, aumentando le disuguaglianze, spesso guadagnandoci, utilizzano la violenza di stato contro chi dissente, portano guerra in ogni parte del pianeta. Non esistono posizioni intermedie, potersi curare gratuitamente o dover pagare per curarsi sono condizioni senza alcuna mediazione possibile. E chi aspetta eternamente, di fatto si è schierato con chi lo vuole in eterna attesa.

La lapide della vergogna e lo sfregio partigiano.

di Marco Martucci e Pina Zechini

25 aprile: Anpi Bolognina denuncia danneggiamento lapideDurante la giornata di lunedì 25 aprile qualcuno ha vergato un simbolo comunista, falce e martello, sulla lapide di Piazza dell’Unità. Con stupore abbiamo letto che il presidente della sezione ANPI della Bolognina auspica che vengano individuati gli autori del gesto. Forse questo signore ha tralasciato di leggere il testo inciso sulla lapide che avrebbe dovuto commemorare la battaglia della Bolognina per la Liberazione della città. Violentando qualsiasi nesso logico quel testo accosta la gloriosa battaglia del 1945 alla svolta di Achille Occhetto, che avviò il percorso che ha trasformato il PCI in quello che oggi è il partito autoritario di Renzi. L’allora segretario del Partito Comunista chiamò la sua svolta a destra “svolta della Bolognina”, infangando chi per quelle strade aveva combattuto per ben altri ideali di giustizia ed equità sociale.
 Altro paragone intollerabile è il richiamo alla caduta del muro di Berlino, in modo provocatoriamente antistorico. Che quel fatto sia avvenuto in modo pacifico e lineare è un enorme falso ideologico. L’unificazione nel segno dell’economia capitalista non ha pacificato nessuno, basta guardare ciò che accade oggi nell’est europeo. 
La lapide partigiana non è stata sfregiata dal simbolo comunista ma da coloro che manipolano la storia per opportunismo. Al presidente dell’ANPI della Bolognina suggeriamo che le persone che hanno posto il simbolo raffigurante falce e martello sulla lapide della vergogna, hanno agito in difesa della memoria e del sangue partigiani, memoria e sangue che quella lapide quotidianamente offende. Sperare che queste persone vengano individuate ci sembra francamente un desiderio piuttosto fascista.